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CECITÀ. Desolante.

Un amico poco tempo fa mi ha detto che un buon scrittore deve leggere libri che si allontanano dal proprio modo di scrivere, leggere libri che non sono il genere di libri che lui scriverebbe, e che per poter diventare un bravo scrittore bisognerebbe aprire i propri orizzonti e sperimentare letture alternative. E mi ha trovata così d’accordo che ho pensato che anche un lettore, per essere un buon lettore, ogni tanto dovrebbe provare delle letture al di fuori della propria zona di confort e azzardare scelte e leggere libri che di natura non leggerebbe. E così ho letto Cecità. E non mi è piaciuto.

Cecità è uno di quei libri che quando lo menzioni tutti, e dico tutti, esclamano emozionati quale lettura fantastica sia stata e che esperienza incredibile sia stata leggerlo. Ecco, per me non è stato così. A me Cecità non è piaciuto. E in realtà avevo questa sensazione ancora prima di iniziarlo: in cuor mio sapevo che non era un libro tra le mie corde. Avevo però ricevuto così tante raccomandazioni e sentito così tante persone suggerirmelo entusiasticamente che non ho saputo dire di no. E perché poi avrei dovuto farlo?! Mi piace essere una lettrice temeraria, mi piace provare il nuovo, osare e sfidare me stessa ed i miei gusti, e così l’ho cominciato!

Cecità l’ho trovato un libro cupo, angosciante, avvilente. Un libro ambientato in un presente senza luogo e senza tempo, un presente di banale normalità dove ha inizio una pandemia di cecità, immotivata, senza una causa particolare ma con un effetto inesorabile: tutti diventano ciechi. Ed allo stesso tempo, insieme alla cecità, esce la bruttura umana. La paura, la prepotenza, la violenza e soprattutto la brutalità umana che è in grado di renderci grotteschi. Ed è questo che a me non è piaciuto: il raccontare la desolazione che può raggiungere l’animo umano mancando di inserire nel racconto anche altro, oltre a quello.

Non mi fraintendete, non devo leggere racconti felici o pieni di entusiasmo per la vita. Amo le storie intense e dense, i racconti tormentati e anche dolorosi. Ma l’ingrediente fondamentale per me è la “speranza”: la speranza nel futuro e soprattutto in un genere umano migliore di così. In Cecità l’isolamento, anche del gruppo, ha la meglio sull’unione e questo è un grande fallimento. Il gruppo di protagonisti non li ho mai sentiti davvero coesi, davvero gruppo, e il racconto si è snodato per la maggior parte del tempo sulla parte di epidemia e quarantena: lurida, annichilente, spaventosa. La parte finale, quella dove forse si voleva ambire al risvolto incoraggiante, l’ho trovata moscia, altrettanto angosciante e desolante. Il finale è stato il colpo di grazia che mi ha dato la conferma che Cecità è stato proprio un brutto libro. Non nelle mie corde. Non da raccomandare.

Aggiungo Cecità all’elenco dei libri che non mi sono piaciuti mentre a tutto il resto del mondo sì: Il Maestro e Margherita, Il Deserto Dei Tartari, Il Signore Delle Mosche – e al link leggete la mia recensione del libro.. ecco, se vi è piaciuto il Signore Delle Mosche, allora leggete Cecità! Ma ancora meglio, se vi è piaciuto Cecità, leggete Anna di Niccolò Ammaniti: un racconto post-apocalittico dove angoscia e l’istinto alla sopravvivenza sono i protagonisti ma almeno la poesia e la fragilità umana salvano e danno speranza, ecco il link ad Anna de La Bionda Che Legge.

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