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L’ARMINUTA. Silenziosamente struggente.

Uno non lo crederebbe se si fermasse alla prima impressione che faccio: bionda logorroica, appassionata giramondo, socialmente entusiasta; le parole sono le mie migliori amiche da sempre, ma il silenzio… il silenzio è il mio compagno di vita.
Il silenzio crea distacco, un guscio in cui mi accoccolo e cullo. Una tranquillità intimamente spensierata e serena. Nel silenzio si ascolta: ci si può ascoltare meglio e trovarsi. Il silenzio porta consiglio perché è principio e fine. È il migliore dei compagni di vita, come piace a me: rassicurante ma anche incontrollabile; se non lo vivi abbastanza in un batti baleno può farti sentire solo, se lo vivi troppo può raccontarti cose che non vuoi sentire. Il silenzio riempie e svuota. Io il silenzio lo trovo di gran lunga più potente delle parole.

L’Arminuta è una storia intensa: malinconica, di solitudine e affetto, di famiglia e abbandono, di crescita e distacco, di sradicamento e appartenenza, di ricordi e solitudine. L’Arminuta è una storia silenziosa: di rabbia silenziosa, di amore silenzioso, di paura silenziosa, di parole silenziose, di sguardi silenziosi, di genitori silenziosi, di dignità silenziosa. Di quel silenzio che alle volte salva ma che altre volte ferisce, che attutisce e vorrebbe proteggere ma non annoia, non rabbuia, non deprime. Un silenzio che crea: ne L’Arminuta il silenzio è uno dei protagonisti creando l’ambiente adatto al concerto di pensieri e sentimenti che l’arminuta vive. Sentimenti potenti come le paure che li scatenano, ma alleggeriti e colorati da una sorella ritrovata. Silenzio per parole delicate e taglienti che in me hanno scatenato terremoti di emozioni e riflessioni.

“Ripetevo piano la parola mamma cento volte, finché perdeva ogni senso ed era solo una ginnastica delle labbra. Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva veduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso.”

La Di Pietrantonio ha vinto il Premio Campiello con questa storia, ed io del Premio Campiello mi fido come di quello Strega. E anche questa volta non ha deluso. Lei è una prestigiatrice di parole, una giocoliera di sentimenti, una narratrice di silenzi. L’Arminuta è da leggere e si fa leggere molto velocemente, magari meglio tra qualche mese: un libro autunnale, da divano e copertina sulle gambe e vento freddo fuori che spira mentre le foglie gialle cadono. L’Arminuta però è anche un libro lasciato in sospeso, che ho vissuto più come un antipasto di una cena che poi non arriva. All’ultima pagina ero lì che mi chiedevo: “E quindi, non va avanti? Non prosegue? Non si va a vedere come va a finire?” No, si ferma lì, lasciando il lettore, speranzoso di una
rivincita e affezionato alle protagoniste, a riflettere su questo breve libro che in un battito di ciglia racconta una storia delicata, dolorosa e silenziosamente struggente.

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