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IL LIBRO DEI BALTIMORE. Una lezione di pazienza per gli impazienti.

Anni fa ho letto La Verità Sul Caso Harry Quebert e sono stata rapita da quel giallo strepitoso. Amo essere rapita, travolta da una storia appassionante, catturata ed intrigata dal mondo di qualcuno che mi vuole accompagnare e farmi perdere al suo interno. Noi ragazze amiamo essere guidate senza indugi, noi lettori abbiamo bisogno di essere corteggiati dalla fantasia degli scrittori ed incantati dalle loro storie. Questa è la nostra dipendenza. E Joël Dicker era stato il più abile degli incantatori di serpenti, il più esperto dei prestigiatori, il migliore tra i pifferai magici, il tele imbonitore più persuasivo dai tempi di Mastrota. Che se non avete mai letto La Verità Sul Caso Herry Quebert, smettete immediatamente di leggere questo post e correte in libreria a comprarne una copia ed iniziatelo subito: vi catturerà inesorabilmente e sarà un esperienza stratosferica anche per chi non è un super appassionato di gialli come me. Così, quando ho visto uscire Il Libro Dei Baltimore, secondo romanzo giallo di Dicker, il cuore ha iniziato a correre, l’entusiasmo è tornato alla carica e la voglia di riperdermi nelle capacità affabulatorie di Joël è riemersa potentissima come quella prima volta. Ero impaziente, non vedevo l’ora di leggerlo!

Portare pazienza non è mai stato il mio forte. Ma in realtà la situazione è anche peggiore: sono dotata di questa combo malefica di impazienza unita al volere le cose esattamente come le voglio io. Altra accoppiata letale della mia vita. E ovviamente le mie aspettative sul Libro Dei Baltimore erano altissime: volevo essere di nuovo travolta da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto. Ah, Giannini! Giannini in quel film era proprio tantissima roba. Ma non perdiamoci e restiamo concentrati sui Baltimore e sulla mia impazienza: volevo leggerlo subito tutto e rimanerne incantata come con il primo libro, se non di più. Sì, volevo fosse ancora più bello!

Il Libro Dei Baltimore parte in sordina, lento, fin troppo lento per i miei gusti. C’è stata una tragedia che ci viene sbandierata fin dall’inizio in un’altalena di flashback e flashforward che girano intorno a questa tragedia senza però raccontarla. Ed io così impazzisco. Si viene stuzzicati senza svelare nulla, come una cena di eterni antipasti senza arrivare mai alla portata principale, portata per cui si è deciso di cenare in questo ristorante. Un lungo lunghissimo preambolo che mi ha letteralmente sfiancato. Poco interessante, un brodo che, alla luce del poi, ne ho capito il senso ma che poteva essere sforbiciato, reso più conciso ed incisivo. Su quasi seicento pagine le prime duecentocinquanta mi hanno annoiato mortalmente. Mortalmente! Non c’era mordente, non c’era la passione accattivante con cui ci eravamo salutati. Lui che mi aveva abituato a non riuscire a staccare gli occhi dalle pagine, che mi aveva fatto passare notti sveglia per leggere un capitolo in più questa volta è riuscito a farmi interrompere la lettura per leggere altri quattro (e dico quattro!) libri perché mi stavo annoiando. Io mi annoio facilmente. E sono impaziente. E voglio le cose come le dico io. Che Dio ve ne scampi di incrocciarmi nel vostro cammino! Lo volevo quasi abbandonare, ed io non abbandono i libri. Troppo cocciuta per non portare alla fine una cosa, e infatti anche questa volta non ho mollato, e superata la prima metà c’è stata la svolta. Una svolta decisiva!

Ho ritrovato il mio autore intrigante, ho capito cosa aveva voluto fare nella prima parte e mi sono abbandonata nelle sue parole della seconda metà, ed è stato magnifico. Il Libro Dei Baltimore, non è proprio un giallo, è una saga familiare articolata attorno alle fragilità, le invidie, i segreti che hanno portato un nucleo familiare ad unirsi prima e sgretolarsi dopo, nel modo più tragico che si possa immaginare. È una storia di amore, di senso della famiglia e ancor di più di senso di appartenenza. È un racconto che ci mostra come odio e amore, egoismo e generosità, forza e fragilità, invidia e benevolenza, bugie e verità, vita e morte fanno tutti parte di un unico tutto. Lo Yin e lo Yang. Ci ricorda che prima di essere mariti e mogli, fratelli e sorelle e cugini e amanti, siamo individui con i propri difetti – e come vi raccontavo i miei poco fa, ne siamo pieni zeppi tutti – ma con le proprie risorse e capacità di fare bene ed essere migliori anche grazie a quei difetti.

È una storia di strati che bisogna sfogliare e sbucciare per arrivare alla nocciolo della storia, quella che esiste sempre dietro al Mulino Bianco, quella che sta dietro alla facciata, quella che esiste oltre ai profili pubblici. Quella verità che fa male a dirla ad alta voce. Perché ammettere le proprie fragilità e debolezze, riconoscere le proprie paure, è una conversazione difficile già quando viene fatta tra noi, nella nostra intimità, figuriamoci quando la dobbiamo fare agli altri. È una storia di amore ancestrale, di quel l’amore che va oltre la coppia: l’amore fraterno, l’amore per i figli, l’amore che può fare più male quando lo feriamo o addirittura lo perdiamo. È stato un racconto avvincente nelle ultime trecento pagine, quando i veli si sono svelati ed i temi più spinosi sono lentamente emersi a spiegare e raccontare i Baltimore. È stata una storia appassionante e coinvolgente, a tratti anche molto delicata e dolce. Una storia dove invidia e gelosia fanno da cardine insieme all’amore e alla lealtà. Temi bellissimi e difficilissimi, raccontati in modo elegante da Dicker che si è confermato un bravo scrittore. Alla fine quindi il libro mi è piaciuto, anche molto, nonostante l’esordio difficile, la ripresa è stata strabiliante e la chiusura commuovente. Quindi mai dire mai, mai mollare il colpo, mai darsi per vinti, continuare sempre fino in fondo, fino all’ultimo respiro, fino all’ultima pagina, finché fa male finché ce n’è. Davvero una lezione di pazienza per gli impazienti, proprio come me!

“Molto di noi cercano di dare un senso alla propria vita, ma la nostra vita ha un senso solo se siamo capaci di raggiungere questi tre traguardi: amare, essere amati è saper perdonare. Il resto è soltanto tempo perso.”

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