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PAULA. Fino all’ultima pagina.

Ho letto Paula dopo anni che non leggevo qualcosa di Isabel Allende, l’ultimo credo sia stato Ines Dell’Anima Mia (stupendo!) ma il primo, senza ombra di dubbio, fu La Casa Degli Spiriti: uno dei libri più spettacolari della mia vita. Ero una ragazzina, sarò stata alle superiori, il libro girava per casa da tempo, da quando mia madre lo aveva letto tanti anni prima. Non ho molti ricordi puntuali degli anni della mia infanzia, si sono come un po’ lavati via, ma la mia mamma che legge La Casa Degli Spiriti è assolutamente impresso nella mia memoria.

Credo che anche per questo abbia amato l’Allende fin da subito, fin da quella prima volta in cui i miei occhi si posarono sulle sue parole di poetessa sud americana: una narratrice dell’essere donna, in tutta l’unicità, sensualità, forza, fragilità, intelligenza, sensibilità che una donna sa racchiudere e soprattutto nella sua femminilità totalizzante e sconvolgente. Lei è capace di descrivere noi donne nel raffinato ed intricato ossimoro che siamo e lo fa con una delicatezza ed un’intelligenza che solo poche altre scrittrici sono in grado di fare. E così è stato anche con Paula: qui ho ritrovato le storie di tante donne, le sue donne, la sua storia.

Come un fiume in piena, Isabel Allende ti entra dentro con ogni parola, frase, pensiero, emozione e idea. Regina della vita quotidiana, è in grado di raccontare la più semplice delle situazioni in modo intimo e viscerale, come se quella banale azione riuscisse, attraverso di lei, a diventare una cosa prodigiosa in cui inevitabilmente potersi riconoscere diventando così l’unica spiegazione o interpretazione possibile. Le sue protagoniste sempre donne comuni che vivono la vita proprio come la viviamo tutte noi: con le nostre ambizioni e sfide continue, successi e sconfitte, amori struggenti e dolori devastanti (o amori devastanti e dolori struggenti), fragilità e caparbietà, lacrime e risate, fiere e fragili leonesse piene di sensibilità e creatività. Donne latine, femmine sud americane, inesorabilmente simili a tutte le altre donne del mondo, ma uniche e quasi streghe, un po’ veggenti e sensitive, le sue eroine vengono descritte in un magico connubio di reale e surreale.

Paula è un libro pesante, duro, che rimane come un pugno sullo stomaco fin dalla prima pagina. È un libro apparentemente sul dolore e sulla tragedia della morte, ma si capisce immediatamente che in realtà Paula è un inno alla vita, all’amore, al senso che abbiamo nel mondo, alla forza dei ricordi che ci dicono chi siamo state e quindi chi siamo, alla sacralità del silenzio che permette l’ascolto e il ritrovare (e forse affrontare) noi stessi.

Paula è un torrente, un flusso di pensiero, parole e sentimenti, buio e luce, disperazione e ricordi, speranze e paure che vengono esorcizzate con la magia della poesia della Allende. Una profonda riflessione sulla potenza delle nostre scelte, sulla capacità di prendere in mano la nostra vita e della forza da cui possiamo attingere per affrontare ogni giorno l’imperscrutabile disegno che la vita, o il destino, ha in serbo per noi.

 

“Sono una zattera senza timone che naviga in un mare di pena. In questi lunghi mesi mi sono sfogliata come una cipolla, uno strato dopo l’altro, cambiando, non sono più la stessa donna, mia figlia mi ha dato l’opportunità di guardarmi dentro e di scoprire quegli spazi interiori, vuoti, oscuri e stranamente tranquilli, che non avevo mai esplorato prima. Sono luoghi sacri, e per raggiungerli devo percorrere un cammino angusto e fitto di ostacoli, vincere le belve dell’immaginazione che mi sbarrano il passo. Quando il terrore mi paralizza, chiudo gli occhi e mi abbandono con la sensazione di immergermi in acque torbide, fra i colpi furiosi delle ondate. Per alcuni istanti che sono davvero eterni credo di morire, ma a poco a poco capisco che continuo a vivere nonostante tutto, perché nel feroce vortice c’è uno spiraglio misericordioso che mi permette di respirare. Mi lascio trascinare senza opporre resistenza, e piano piano la paura viene meno. Entro fluttuando in una caverna sottomarina e lì rimango in riposo, in salvo dai draghi e dalla sventura. Piango senza singhiozzi, lacerata dentro, come forse piangono gli animali, ma allora il sole è ormai spuntato e viene la gatta a chiedere la colazione e sento i passi di Willie in cucina e l’odore di caffè invade la casa. Comincia un altro giorno, come tutti i giorni.”

Qualcuno mi ha detto: “Mai credere nel destino, sempre e solo nei momenti.” Ed è vero, credo anche io che noi siamo il modo in cui ci permettiamo di vivere il disegno che la vita ci mette davanti in ogni istante: possiamo decidere come vivere quel disegno frammentandolo in singoli pezzettini, non dobbiamo credere al destino ma abbiamo sempre la possibilità di accettare, subire o reagire ad ogni momento della vita per trovare il nostro senso, la nostra opportunità di essere. Anche questo è Paula.

Il racconto di una madre, una donna, una figlia, una moglie e nipote e sorella. Paula non vuole insegnare nulla ma solo raccontare come si può affrontare il dolore e ricordare che anche dove sembra non esserci una scelta, essa c’è. Sempre. È un libro che incanta e seduce, un libro che rapisce, che angoscia, che ti conduce tra le sue parole e quando pensi di aver raggiunto il culmine massimo, ti presenta un epilogo di cinque paginette che io ho trovato tra le più delicate e meglio scritte di sempre. Con un uragano nel cuore e lacrime calde che mi correvano giù per le guance, ho letto queste pagine finali di poesia pura che mi hanno stretto in un dolce abbraccio fino all’ultima parola. Fino all’ultima pagina.

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