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MAGARI DOMANI RESTO. Il tempo e la magia.

Ho scoperto di avere due modi per scrivere dei libri che leggo: o di getto, come un’urgenza di fermare nero su bianco quelle emozioni che fanno le capriole sulla bocca dello stomaco non appena finisco un libro; oppure in modo meditato, più riflessivo, come per farmi aiutare dal tempo ad elaborare quello che ho letto, riviverlo per poi poterlo mettere giù a parole. Il tempo è da sempre il mio più grande consigliere, e dire che dall’esterno sembro una persona impaziente…

Per scrivere di Magari Domani Resto ho avuto bisogno di tempo. Di tempo e della sua magia.

Perché Magari Domani Resto è un libro che richiede tempo. Richiede tempo per entrare nella storia: inizia in sordina ma poi si infila lentamente sotto la pelle, come un brivido che non ha mai fine. Inizialmente non lo capivo nemmeno il racconto, non riuscivo a tracciarne i confini, capire chi o cosa si stava presentando e dove mi voleva portare… ah, io ed il mio maledetto bisogno di controllo!

Però Lorenzo Marone è maestro in questo: ti fa fidare, si prende tempo. Si prende il suo tempo necessario per prenderti per mano ed accompagnarti nella storia, per guidarti tra le stanze del suo racconto e presentarti i suoi personaggi. Lorenzo Marone è il mago del tempo e dei libri belli. I libri che vorresti sottolineare con una matita colorata mentre li leggi. Ed è proprio così che avevo intitolato la recensione del suo primo libro che avevo letto: La Tristezza Ha Il Sonno Leggero. Da sottolineare. Uno dei libri più belli del mio 2016.

E anche in Magari Domani Resto mi sono ritrovata a fare le orecchie ad un’infinità di pagine in cui lui aveva lasciato la sua verità. Ed in cui io ho ritrovato anche la mia verità.

“Luce, ti ricordi cosa ti dissi la notte prima di partire per quel maledetto viaggio? Mi chiamasti perché ti era venuta la malinconia e io ti risposi che era normale, ma che non bisogna farsi vincere dalla paura, altrimenti int’ ‘a vita nun se combina mai niente. E oggi ti dico, vi dico: non partite solo per fuggire, e non restate solo perché non avete il coraggio di prendere nuove strade. Siate sempre aperti ai cambiamenti, scegliete un obbiettivo e puntatelo, però sappiate che se pò semp’fallì, che ca nisciuno è perfetto. E non smettete mai di essere curiosi, pecchè ‘a curiosità è na forma ‘e coraggio.”

Lui parla di vita: vite curiose, vite vissute, vite sofferte, vite sentite. Vite sospirate ma anche spensierate, vagabonde, ambiziose. Soprattutto in questo libro, vite travagliate da un senso di incompiuto ma una voglia di senso. Vite segnate dal tempo ma anche dai tempi di oggi, in cui la “pressione della società” batte il ritmo di certe scelte, lasciando però inesplorato il loro senso. In un dondolo dolcissimo tra la pesantezza e la leggerezza dei rapporti tra i personaggi del racconto, Marone ti porta a pensare e riflettere. Una magia.

E Lorenzo è il mago del tempo, delle riflessioni e delle sensazioni a fior di pelle.

E così è arrivato finalmente il momento per poter scrivere di Magari Domani Resto. Ho preso il libro in mano, letto le frasi sottolineate e riletto anche cosa avevo scritto quando avevo parlato del suo libro l’anno scorso. Ed eccolo lì, tra tutte queste parole e pensieri, un leitmotiv che ritorna, una sensazione che ritrovo ancora una volta: Magari Domani Resto è un libro che parla di famiglia, e di diventare adulti mettendone su una, ma anche diventare grandi senza necessariamente fare figli; mi ha fatto pensare a chi è genitore, ma anche a chi ha capito che genitore proprio non ci vuole diventare, magari nascondendo entrambi solo un po’ di paura.

Come se avesse un costante bisogno di parlare del senso della genitorialità non facendolo però mai in modo esplicito. Parlando di adulti che non crescono e bambini cresciuti troppo in fretta, adulti ingenuamente sognatori e bambini saggiamente maturi, padri arrabattati e irrisolti, madri coraggiose e caparbie, in entrambi casi ostacolo e trampolino nella vita dei figli. E poi il senso di avere (o no) una famiglia. Il significato di famiglia nel suo senso più ampio e inclusivo. Figli a cui la vita ha tirato un pizzicotto prima degli altri, parenti di sangue o acquisiti che sanno senza sapere e ci sono senza esserci. Insomma, un modo tipicamente suo di affrontare il tema della scelta (non scelta!) di diventare adulti oppure scegliere di restare bambini. Il tempo e la magia, gli adulti e i bambini.

“È che celare i sentimenti è roba da adulti, io, invece, proprio non ci riesco e se amo qualcuno glielo devo urlare in faccia, e se lo odio e mi sento ferita, mi metto a frignare e faccio le ripicche. Non mi piace chi riesce a mantenere sempre e comunque un certo contegno, chi ama senza dirlo, chi scopa senza abbandonarsi, chi non urla di rabbia e si lascia corrodere all’interno, chi ricambia un abbraccio con una pacca sulla spalla. Bisogna essere adulti quando si ha a che fare con il coraggio, le responsabilità, l’educazione e il lavoro, ma quando si parla di sentimenti, mi sa che è meglio giocare a fare i bambini.”

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