ECCOMI. Denso.
Categories i Contemporanei Stranieri, In&Out, Libri OUT

ECCOMI. Denso.

Anni fa lessi per caso “Molto Forte, Incredibilmente Vicino” e quello è ancora uno dei libri più belli che abbia mai letto. Un incanto. La perfetta espressione di quello che definisco “proprio un bel libro!”. Così mi segnai il nome dell’autore, Jonathan Safran Foer, che ovviamente era già super famoso, e mi misi in attesa. Ho aspettato per anni. Perché per scrivere questo suo ultimo libro lui ci ha messo quasi 11 anni. Ed io sempre lì in attesa. Perché, volendo leggere qualcos’altro, le mie alternative erano il suo libro di esordio, poco accattivante, e un saggio sul suo essere vegetariano, che grazie ma anche no. E poi arriva Eccomi.

Eccomi è un racconto denso. Denso di parole e di silenzi, di domande, di dubbi e malinconia. Una lettura melmosa sull’ennesima famiglia americana alla MulinoBianco: benestante, moderna e progressista. E come sempre in crisi. Un’altra storia di famiglia perfettina all’esterno ma fragilissima all’interno. L’ennesima storia di personaggi emotivamente articolati che sentono ma non fanno, pensano ma non dicono. Muti. Silenziosi. Codardi. Inermi davanti alla loro vita che va a rotoli, ma soprattutto che scorre, lasciandoli come spettatori frustrati davanti alla storia della loro esistenza. Un racconto soffocante, di una coppia corrosa dall’immobilità di due individui dubbiosi, vigliacchi e insicuri.

Ed è profetica una frase che viene ripetuta diverse volte nel libro, frase che la mamma del protagonista dice al matrimonio di suo figlio:

“Nella malattia e nella malattia. È questo quello che vi auguro, non cercate e non aspettatevi dei miracoli. Non ci sono miracoli. Non più. E non ci sono rimedi per le ferite che feriscono di più. C’è solo la medicina di credere nel dolore dell’altro e di esserci.”

Esserci, la medicina, ed Eccomi, il titolo, però è qui che forse sta l’intelligenza dell’autore. Scrivere una storia dall’architettura paradossale e di una lunghezza esasperante proprio per ricreare nel lettore l’immobilità frustrante dei personaggi. Fosse davvero così sarebbe geniale ma non ben sviluppato, perché in realtà il libro sfida la pazienza di chi legge.

Una storia lenta, lentissima, dal ritmo però sorprendentemente incalzante che ti fa restare lì, smanioso di ritrovare il talento di cui Foer è capace e in cui, ogni tanto, effettivamente ci si imbatte: passaggi di poesia intelligente o intelligenza poetica, chissà. Quello però è Foer! Brillante e potente con le parole, una genialità qui annegata in un mare di prolissità e malinconia. Il tutto reso ancora più confuso da ragazzini iper-adultizzati, snob e saccenti, dalla questione israeliana fantapoliticizzata che distrae e non porta ad un dunque.

Perché Eccomi ha anche la sfortuna di arrivare dopo Libertà di Franzen. Ed io mi ritrovo nuovamente incastrata nell’impasse: libri che raccontano di scelte incompiute, personaggi bloccati tra l’essere ed il non poter essere, volere e non avere. Ciò che vorremmo ma non siamo.

“Io sono questo”. Non sei capace di dire: “sono un uomo sposato ho tre figli meravigliosi, una bella casa, un buon lavoro. Non ho tutto quello che voglio, non sono stimato quanto vorrei, non sono ricco o amato o scopato come potrei desiderare, ma sono questo, e scelgo di esserlo, e ammetto di esserlo”. Non sei capace di dirlo. Ma non sei neanche capace di ammettere che ti serve di più. Che vuoi di più. E non solo non lo ammetti con gli altri, non sei capace di ammettere la tua infelicità neanche con te stesso.

Questo infatti è l’ennesimo libro del non detto e del non fatto. Il sentire ma non agire, il parlare ma non avere la forza di fare. Perdersi in filosofeggiamenti esistenziali e acrobazie del pensiero senza dar seguito ai pensieri con fatti, scelte, azioni, lavoro, fatica, perseveranza. Un libro denso di tante parole, parole che però si svuotano laddove non c’è un’azione che le segue. Un significante senza significato (e guarda un po’ come se ne escono certe rimembranze della mia tesi in Semiotica!). Avere sogni e ambizioni ma soffocarli perché non si riconosce la propria paura, non avere il coraggio di farsi guidare dalle proprie fragilità ma farsi sopraffare proprio da esse lasciando la vita incompiuta rispetto a quello che avremmo voluto che fosse: una vita piena (di noi) invece che densa (delle nostre paure).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *