ALT=L'Arte Di Essere Fragili
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L’Arte Di Essere Fragili. Notturno.

Io non sottolineo i libri. Quando leggo e trovo dei passaggi che mi colpiscono piego l’angolo in basso della pagina. È come un promemoria elegante a ricordarmi che tra le righe di quel foglio mi sono emozionata. La sottolineatura mi sembra troppo aggressiva, troppo diretta. Io che di aggressività abbondo, con i libri tendo ad essere gentile, più delicata. Sottolineare un passaggio è troppo immediato e mi toglie il gusto di ritornare su quella pagina settimane, mesi o addirittura anni dopo e frugare tra le parole alla ricerca di quella stessa epifania che tempo prima mi aveva fatto fermare. E fare un’orecchia all’angolo in basso. Alle volte mi metto lì e leggo tutta la pagina senza ritrovare la magia che mi aveva colpito, leggo e rileggo e mi chiedo: “chissà che cavolo ci avevo trovato!” Altre volte invece eccole lì: parole, concetti, riflessioni che mi aprono il cuore, la mente e mi ricordano il bello di leggere.

L’Arte Di Essere Fragili è una passeggiata notturna. Non si tratta di un romanzo, non c’è storia, non c’è intreccio. Però, come nella migliore tradizione di Alessandro D’Avenia, c’è un ragazzo come protagonista del libro. Giacomo Leopardi. Si, perché D’Avenia di mestiere fa anche il professore di lettere antiche al liceo ed in questo caso ha deciso di chiacchierare di (e con) uno dei suoi “miti” letterari, mostrandocelo in una chiave meno scolastica ma più romantica e soprattutto umana. Certo è stata una sorpresa! Dopo Cose Che Nessuno Sa e Ciò Che Inferno Non E’ ero pronta e carica a leggere un altra delle sue storie di adolescenti-adulti, e invece ho dovuto subito cambiare registro. E prendere una penna. Ah, l’arte dell’essere contraddittori. Sono femmina, ancora prima di essere bionda!

In questo libro si parla degli adolescenti di oggi, una specie di studio etnografico con accenni filosofici che intreccia uno sguardo alla società con la lettura, la scrittura, la poesia; ma soprattutto la vita, la morte, la solitudine e la felicità: la violenza del crescere, l’entusiasmo del crescere, la fragilità del crescere. Non leggerissimo, lo so, ma scritto sempre bene in modo delicato ed intelligente, mai davvero troppo pesante ma sicuramente impegnativo. Bello!

Ho sottolineato così tanti passaggi de L’Arte Di Essere Fragili che la mia copia ora assomiglia più ai miei libri dell’università, con note e asterischi, frecce, punti esclamativi e biscioline. Ho sempre amato fare le biscioline a lato dei paragrafi importanti. Non è un libro semplice da raccontare e per leggerlo consiglio tempo ed il giusto spirito. L’Arte Di Essere Fragili non si legge “alla goccia” come uno shottino di tequila ma si assapora come si fa con una tisana calda una sera d’inverno. Pronti a non essere travolti da un intreccio incalzante, piuttosto ad essere portati una notte su un sentiero in salita tra le radure dei ricordi di studente e le fragilità del crescere.

“Insegnaci il segreto di un cielo stellato trecentosessantacinque giorni all’anno, di una vita che si aggrappa al futuro. Se un seme non “spera” nella luce non mette radici, ma sperare è difficile, perché richiede consapevolezza di sé, apertura e tanti fallimenti. Sperare non è il vizio dell’ottimista, ma il vigoroso realismo del fragile seme che accetta il buio del sottosuolo per farsi bosco. Insegnaci, Giacomo, quest’arte di sperare.” “..un seme germoglia proprio grazie all’humus, abbiamo imparato alle elementari, cioè grazie all’ammasso di cose morte che rende la terra fertile. Se non ci accetta questa mortalità feconda si paralizza la vivacità del rapimento. L’ardore si muta in ghiaccio.”

“Parlami, Giacomo, di come ascoltare l’inquietudine del cuore senza comprimerlo nel petto per troppa paura della vera chiamata alla vita. Scrivimi, come si fa a non mettere una corazza attorno al cuore per paura che la vita ci inganni o dopo che la vita ci ha disingannato? Meglio un quieto sopravvivere o un inquieto vivere? Meglio morire per vivere o vivere per morire?”

“Essere fragili costringe ad affidarsi a qualcuno e ci libera dall’illusione di poter fare da soli, perché la felicità si raggiunge sempre almeno in due.”

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