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Il Signore Delle Mosche. Quando l’innocenza finisce.

Quando l’innocenza finisce è quel momento in cui, ancora nel corpo di bambino, inizi ad essere “grande”. Passa la frivolezza e arriva la responsabilità, la consapevolezza delle cose che si fanno, o non si fanno, delle parole che si dicono, o non si dicono, e soprattutto delle conseguenze che queste azioni/non-azioni comportano. Quello è il momento in cui si diventa grandi. Quello è il momento in cui un pezzettino di magica innocenza viene perso.

Il Signore Delle Mosche invece è una storia strana, ambientata in un quando ed un dove non definiti: un gruppo di bambini si ritrova disperso su un’isola ma, a differenza di Peter Pan e dei bambini sperduti sull’Isola Che Non C’è, qui le cose vanno un po’ diversamente. Qui la storia è un incubo angosciante e l’innocenza è già persa da pagina dieci. Purtroppo.

No, non direi che mi sia piaciuto come libro: lento, per niente incalzante; tutto gira intorno ad un fuoco da tenere acceso, una nave di salvataggio che non arriva, ad una bellissima conchiglia bianca, un mostro che non esiste, un’attesa logorante che dà alla testa. Come Aspettando Godot di Beckett: non il mio genere di storia. Non tanto per l’angoscia, quanto più per la lentezza: anche Anna di Ammaniti è stato angosciante (altra storia apocalittica di bambini sperduti che devono crescere in fretta, e QUI se volete ritrovate il mio post) ma in quel caso sono stata attaccata alla copertina del libro per tutte le quasi 300 pagine e tra quelle pagine incalzanti ci sono state emozioni e riflessioni. Qui no: qui mi sono solo agitata, annoiata e poco altro.

La parte bella del racconto, che poi ha reso il libro famoso, è la metafora che la storia rappresenta: la natura dell’uomo nei suoi aspetti di ancestrali, nei suoi angoli più bui, nei suoi aspetti più violenti. La società dell’uomo portata all’esasperazione, comportamenti e paure reconditi, ma presenti in noi, che trovano espressone nelle azioni più barbare e selvagge. Si, quello l’ho colto e anche apprezzato. E allora possiamo dire che forse mi è piaciuto il significato del libro più del racconto stesso. E tra l’altro, l’ennesimo libro in cui uno scrittore rende protagonisti dei bambini per raccontare ai lettori qualcosa sui “grandi”. Ci rifletterò su.

Quello che mi è piaciuto infatti è stato ritrovare come noi esseri umani commettiamo spesso lo stesso errore: ci distraiamo. Ci dimentichiamo le nostre priorità, anche quando è una questione di sopravvivenza. Ci distraiamo e perdiamo tempo impigrendoci: andando a caccia invece di tenere acceso il fuoco, perseguendo carriere frustranti o amori nocivi invece che sbatterci per quello che vogliamo, per quello che ci meritiamo; non ci facciamo le domande e non vogliamo sentire le risposte perché forse abbiamo paura e allora ci distraiamo con altro: da fare festa sulla spiaggia o inventarci Il Signore delle Mosche.  Ci allontaniamo invece di unirci e quando abbiamo paura diventiamo aggressivi e ci mettiamo sulla difensiva (con un bastone con la punta su entrambe le estremità, come nel libro). Possiamo essere bizzarri noi esseri umani.

Quindi per me Il Signore Delle Mosche è un NI’. E con questo libro chiudo, oltre che l’impegno  preso di “solo Classici fino a Natale”, anche la valigia con cui vado a festeggiare capodanno tra amici, lustrini e fuochi d’artificio! Buon Anno Nuovo a Tutti!

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