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Alice nel Paese delle Meraviglie. Batte il cartone.

Alice nel Paese delle Meraviglie.

Cartone che ha accompagnato l’infanzia di tutti i bambini di una certa generazione. Personalmente non mi è mai piaciuto, quando ero bambina ricordo che guardarlo mi metteva a disagio: non mi divertiva, non lo trovavo magicamente incantevole, i personaggi mi trasmettevano strane sensazioni perché erano agitati, acidi, fannulloni.. insomma no.

Alice poi mi sembrava, nel suo bel vestitino azzurro, vittima di questi personaggi bizzarri. Ricordo ancora con angoscia il rosso della vernice che colava dalle rose bianche ed io spaventatissima che la regina lo scoprisse e accusasse Alice.. aiuto!

Poi crescendo ho scoperto che Lewis Carroll era un soggettone, oltre che scrittore anche matematico e fotografo, e la leggenda vuole che avesse scritto il libro per lo più strafatto di oppio. Chissà.. anche se…effettivamente Alice si infila in un buco e piomba in un mondo surreale – che però non definirei esattamente delle meraviglie. Alice mangia il funghetto e cresce. Alice mangia di nuovo il funghetto e rimpicciolisce.

Ad ogni modo, la verità è che leggerlo invece è stata davvero un’esperienza: Alice nel Paese delle Meraviglie parla di come sia crescere nel mondo matto degli adulti.

È il viaggio di una bambina attraverso le idiosincrasie dei grandi, dei nervosismi ed agitazioni che da bimbi notiamo e soffriamo ma poi (purtroppo) crescendo adottiamo. Alice all’inizio del libro è una bambina capricciosa e viziata ma poi si imbatte in personaggi peggio di lei che tra filastrocche e giochi di parole la portano ad essere lei quella che matura un po’ di senso critico rispetto agli altri.

Molto bello, molto affascinante, molto intelligente. Un libro che ti fa fermare e riflettere, non male eh?!

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